One happy island: Aruba, Caraibi

Canzone consigliata come sottofondo a questo articolo: Kokomo – Beach Boys – l’ho ascoltata in loop ogni giorno ad Aruba.

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ph @nigel_vanderhorst

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ph @nigel_vanderhorst

Avrei voluto scrivere questo post in modo diverso: mi è capitato più volte di pensare, mentre ero ai Caraibi, “carino questo posto per la colazione, voglio assolutamente parlarne nel blog!” e giù a scattare miliardi di foto da mostrarvi.
Poi è successo che il penultimo giorno ho perso l’iPhone e, di conseguenza, la maggior parte degli scatti.
TRAGEDIA.
Ci ho messo un mese per metabolizzare il lutto.
Ho contattato i miei compagni di viaggio, recuperato da loro le foto che mi avevano fortunatamente scattato con le macchine fotografiche, chiesto ai miei amici di girarmi le foto che avevo loro mandato su Whatsapp durante il viaggio ed eccomi qui.
L’impostazione dell’articolo sarà diversa, naturalmente: non una guida turistica, ma una pagina di diario, scritta principalmente per me, per ricordarmi quanto sono stata incredibilmente felice, da sola, dall’altra parte del mondo.

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Venerdì pomeriggio di metà Ottobre.
Scorro le mail.
Oggetto: “Aruba Eat Local Restaurant Month”.
Leggo.
“No, non può essere, è sicuramente una truffa.”
Chiamo papà, avvocato di fiducia, supervisore delle mie mail di lavoro e dei contratti da firmare: “Papà ciao, mi è arrivata una mail, mi chiedono di andare una settimana ai Caraibi per un progetto food su Aruba. Dovrei partire tra TRE GIORNI! Ci fidiamo?”
“Wow, ma è un’agenzia seria?” “Non lo so” “Ma come mai hanno selezionato te?” “Non lo so” “Ma con chi andresti?” “Non lo so” “Ok, vai.”
Così sono iniziati i dieci giorni più folli della mia vita.

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Dopo tre giorni di corsa per rifare il passaporto scaduto, tra l’incredulità e l’ansia del volo, mille mail e i contratti da firmare e i biglietti e l’assicurazione e i “ma veramente stai andando ai Caraibi?!”, ci siamo.
Martedì 9 Ottobre: Avellino-Roma, Roma-Amsterdam, Amsterdam-Aruba.

Quest’anno pensavo di aver fatto il mio con le 9 ore di volo Napoli-Francoforte-Lisbona a Ferragosto e invece, all’improvviso, una nuova sfida: il viaggio in totale è durato una quindicina d’ore ed io son due anni che soffro di ansia per l’aereo, scatenatasi con un attacco di panico su un volo notturno di ritorno da Madrid un paio d’anni fa.
Le domande più gettonate in direct su Instagram sono state del tipo “come hai superato la tua ansia?” “Non l’ho superata, ho solo scelto di non far vincere lei”.
Con tutta l’ansia del mondo addosso, ho fatto i vari check-in, mi sono seduta al mio posto, ho incrociato gli sguardi dei miei vicini – una gentilissima signora tedesca mi ha offerto una marea di caramelle – e tra musica e film (mai visti così tanti film in due giorni) ho cercato di passare il tempo.
“Non posso permettere che la mia mente mi confini in zone raggiungibili in treno o in macchina o in bicicletta o a piedi, voglio vedere il mondo, voglio viaggiare lontano e posso farlo solo in aereo.”

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Atterriamo e ringrazio anche le divinità celtiche.
30 gradi, palme, sole cocente e, ad attenderci, Amayra, rappresentante dell’Aruba Tourism Authority e nostra guida turistica ma, soprattutto, la nostra mamma arubana, una signora dolcissima che si è presa cura di noi per tutto il soggiorno nell’isola.

Mi sembra giunto il momento della confessione: il mio inglese è degno di quello dei nostri politici nei discorsi al Parlamento Europeo. “A CAPIRE, CAPISCO”: frase che non so quante volte ho ripetuto come un mantra, seguita da “IL PROBLEMA E’ FARMI CAPIRE”.  Messa subito in chiaro questa situazione con i miei compagni di viaggio, due olandesi ed una svedese con marito olandese (ad Aruba si parla papiamento, ma, essendo parte del Regno dei Paesi Bassi, l’olandese è seconda lingua, quindi io non ero esclusa solo dall’inglese scarso – mea culpa – ma anche dall’olandese incomprensibile maiunagioia), le conversazioni super funny che non vi riporterò mai mi disp per voi sono andate alla grandissima e siamo diventati amici.

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Nigel, chef palestratissimo tatuatissimo che ha pubblicato un libro di ricette healthy,
Marit, stupenda fitnessgirl con blog basato su ricette healthy che ora ha iniziato un anno di road trip in Australia,
Nina, chef vegetariana che gira per il mondo e vanta tre pubblicazioni di libri di ricette vegan,
e io, una patata che mangia la pizza venti volte a settimana.

Aruba è un sogno.
Il clima è sempre mite (ora sembro un libro di geografia), caratterizzato da un’estate infinita, anche se il periodo migliore per visitarla va da Febbraio a Maggio, essendo i mesi autunnali leggermente più piovosi.
Siamo stati ospiti del Divi Village, uno splendido resort con campi da golf, tennis, infinity pool ad un passo dalla Palm Eagle Beach, una delle spiagge più belle che io abbia mai visto.
Momento divertentissimo: mi affaccio dal terrazzo del mio appartamento (enorme) e, tra le palme e il fiume, una marea di iguane. Non avevo mai visto così tante iguane, essendo Avellino non propriamente l’habitat più accogliente, ecco. “Si arrampicano le iguane?” “Che mangiano le iguane?” “Ma sono aggressive le iguane?” – in tre minuti sono diventata la massima esperta di iguane nel mondo e, rivelazione della vita, ho scoperto che hanno più paura di me di quanta io ne abbia di loro (mi permettete un appunto? Non capisco perché abbiano paura, pensavo di essere più carina di un’iguana).

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Cose fantastiche di Aruba:

  • I pancakes arubani (di Linda’s Dutch Pancakes).
    La lista non poteva non cominciare con il cibo: decisamente più larghi dei pancakes a cui siamo abituati, ricordano in effetti delle crêpes, sono ottimi accompagnati dalla frutta locale, primo su tutti il mango!
  • La spiaggia
    Solo nei film avevo visto colori simili: la sabbia bianchissima, soffice, di una consistenza diversa da quella a cui siamo abituati, sembra di passeggiare su una nuvola. Il mare di un turchese intenso, un colore mai visto in natura, con mille sfumature che si rincorrono tra acqua e cielo. Il verde carico delle palme e della vegetazione ad un passo dal mare. Gli ombrelloni larghi di paglia. Più bello perfino di come lo avevo sognato (il bagno nel Mar dei Caraibi rimane uno dei momenti più belli di sempre!).

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  • Il platano fritto e il pastechi
    Fettine di questa specie di banana fritta che piovono come fossero patatine fritte, ma decisamente più dolciastre, da abbinare con la qualunque perché tanto il fritto ci sta sempre bene.
    Il pastechi, invece, è un piatto salato tipico per la colazione, simile ad un panzerotto: io l’ho assaggiato con pollo e formaggio, accompagnato da succo all’arancia (i miei compagni ci hanno bevuto su il cappuccino ed io mi sono sentita male per un secondo, ma cappuccino sul salato, cappuccino per concludere la cena, cappuccino al posto del tè in mezzo al pomeriggio e io lì a piangere e disperarmi).
  • Le cene a casa delle famiglie arubane
    La vera fortuna dell’isola è la sua popolazione: gente allegra, amante della musica, solare e accogliente. Abbiamo cenato a casa delle famiglie di Aruba, cucinando insieme a loro (il mio compito era quello di mettere la peanut sauce sul pollo, essendo stata da subito identificata come “l’italiana che mangia ma non cucina” – ad un certo punto mi hanno chiesto come faccio il pesto, A ME, che il basilico lo so solo spezzettare nell’insalata di riso. Come dite? Non si mette il basilico nell’insalata di riso? Ah.). Ci hanno raccontato le loro storie, mostrato le tradizioni, gli abiti locali, i modi di dire, e mi hanno fatto sentire a casa, dall’altra parte del mondo, tra persone che conoscevo da due giorni.

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Ok, mi sto rendendo conto del fatto che le mie cose preferite dell’isola sono un’alternanza di cibi e mare MA QUESTA E’ ESATTAMENTE LA MIA IDEA DI PARADISO.
Ho guidato un dune buggy su sentieri rocciosi a picco sul mare, ho assaggiato uno dei piatti più buoni di sempre: i gamberi fritti nel cocco e addolciti con una crema al mango, ho partecipato alle cooking class imparando a cucinare dolci che non avevo mai visto, mi sono stesa a prendere il sole su di un’amaca sospesa sul mare a bordo di un galeone, ho visto le iguane turchesi, ho mangiato i frutti del cactus appena colti nel National Park, ho visitato le piantagioni di aloe vera e mi ci sono fatta il bagno con quelle creme strepitose, ho nuotato tra i pellicani al tramonto, ballato su un party bus coloratissimo tutta la sera a suon di maracas, cenato in un ristorante con i letti matrimoniali al posto dei tavoli.
Ho vissuto un sogno e per questo voglio ringraziare principalmente il coraggio che ho avuto (e che non mi aspettavo di avere) nell’accettare una proposta dall’oggi al domani che mi avrebbe portato lontanissimo, con gente sconosciuta, in una lingua che non parlo benissimo.
E’ stata una delle cose più folli e meravigliose della mia vita.
Ho raccontato a me questa storia per ricordarla, ho raccontato a voi questa storia per far sì che vi possa ispirare.

“Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto. Quindi mollate le cime. Allontanatevi dal porto sicuro. Prendete con le vostre vele i venti. Esplorate. Sognate. Scoprite.” (Mark Twain)

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Potete trovare molte altre foto del viaggio (quelle che non ho perso) sul mio profilo Instagram: martiipal!

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Un pensiero su “One happy island: Aruba, Caraibi

  1. Mi hai fatto venire una voglia di partire per questi meravigliosi luoghi! Immagino quanto sia stato incredibile questa bellissima avventura di cui hai potuto godere 🙂 ps vorrei tanto assaggiare un pranzo da questa splendida signora arubana della foto!!

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